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Il comitato mette il commissario di Alitalia e l'ex Fca al vertice della lista per la successione. La decisione verrà presa dal consiglio di amministrazione di domenica
Roberto Vivaldelli Url redirect: http://www.occhidellaguerra.it/scozia-leducazione-gay-e-lgbt-diventa-obbligatoria/Educazione gay e Lgbt a scuoladiventa obbligatoria in Scozia
La bozza di accordo sulla Brexit fa tremare il governo britannico. Il periodo di transizione ha provocato le prime dimissioni Brexit Lorenzo Vita Url redirect: http://www.occhidellaguerra.it/brexit-ue-may/Brexit, la May perde pezzi:adesso i ministri la scaricano Persone:  Theresa May
Francesca Bernasconi L'aereo sostitutivo non è riuscito a decollare dalla Siberia. Poi, un terzo velivolo li ha portati in Cina Erano partiti da Parigi la scorsa domenica, a bordo di un volo Air France, diretti a Shanghai, in Cina. Ma per 264 passeggeri, il viaggio si è trasformato in un'odissea. Infatti, a causa di un principio di incendio, l'aereo ha dovuto effettuare un atterraggio di emergenza a Irkutsk, in Siberia. I 264 passeggeri e i 18 membri dell'equipaggio sono stati trasferiti in un hotel di Irkutsk, dove le temperature hanno raggiunto anche i meno 15 gradi. Sono rimasti bloccati lì per tre giorni, nel gelo siberiano, senza mai poter uscire, dato che non possedevano il visto russo. Martedì, la compagnia aveva inviato un aereo di scorta, per recuperare i passeggeri ma, una volta saliti a bordo, il velivolo non è riuscito a decollare, per un problema tecnico al sistema idraulico, secondo quanto riporta la Pravda. Alla fine, però, un terzo aereo sostitutivo è riuscito a portare i viaggiatori a Shanghai. Air France ha giustificato l'evento come una "situazione straordinaria e sfortunata" e ha garantito che provvederà a risarcire i passeggeri protagonisti dell'odissea. Tag:  aereo siberia
Ivan Francese Ulla Tornaes, ministro danese per lo Sviluppo La decisione del governo di Copenhagen dopo il clima di intimidazione e di caccia all'uomo scatenato contro i gay in Tanzania Niente aiuti umanitari ai Paesi che non garantiscono i diritti umani dei gay: sembrerebbe questa la linea che ha ispirato la scelta del governo della Danimarca a sospendere la concessione di fondi per lo sviluppo alla Tanzania dopo i commenti omofobi di un importante esponente politico dello Stato africano. Il ministro per lo Sviluppo danese, Ulla Tornaes, annunciando la sospensione del trasferimento di circa 10 milioni di dollari di aiuti, si è detta "molto preoccupata" per la situazione in Tanzania. L'esponente del governo scandinavo non ha voluto citare esplicitamente l'autore delle frasi incriminata ma quello che è certo è che di recente in Tanzania si sono sentite molte dichiarazioni omofobe da parte di importanti personaggi pubblici. Nel Paese africano l'omosessualità è illegale e punita con pene detentive fino a 30 anni di carcere. Lo scorso anno il viceministro della Salute ha minacciato di pubblicare un elenco delle persone omosessuali mentre più di recente il commissario della capitale, Dar es Salaam, ha invitato la popolazione a "segnalare alla polizia" i cittadini gay, ventilando anche l'ipotesi di creare apposite squadre di sorveglianza. Appena poche settimane fa, infine, dieci uomini sono arrestati sull'isola di Zanzibar con l'accusa di avere celebrato un matrimonio omosessuale. Notizie che preoccupano il governo danese, molto fermo nel pretendere il rispetto dei diritti umani nei Paesi a cui concede i propri aiuti internazionali. Per il momento, tuttavia, non si ha notizia di alcuna reazione formale da parte del governo tanzaniano. Tag:  omofobia aiuti internazionali Luoghi:  Tanzania Danimarca
Centinaia di migranti della carovana che ha attraversato il Centro America sono arrivati mercoledì ​​nella città messicana di Tijuana al confine con gli Usa. A osservarli dall'altra parte della frontiera diversi agenti della Guardia di confine di San Diego accompagnati da truppe americane con mitragliatrici mandate dal presidente statunitense Trump. Qualche migrante si è arrampicato pacificamente sulle barriere. Molti dei nuovi arrivati ​​sono a Tijuana per fare il loro prossimo passo per entrare negli Stati Uniti, attraversando illegalmente il confine o richiedendo asilo. LaPresse 
Redazione Il giorno dopo la conferenza di Palermo e la celebrata fotografia del premier Conte con i due leader litiganti libici, arrivano puntuale la ripresa degli scontri armati a Tripoli e la presa di distanze da parte dei seguaci del generale di Khalifa Haftar. Una violenta battaglia è in corso nella zona dell'aeroporto internazionale che la Brigata Tarhuna rivendica di aver conquistato. E la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, il Parlamento libico con sede nella città della Cirenaica sostenuto dal generale, ha diffuso una nota in cui contesta punto per punto le conclusioni della conferenza ed esprime la propria contrarietà al piano dell'Onu per il Paese. Questo piano, annunciato al Consiglio di sicurezza dall'inviato speciale dell'Onu per la Libia Ghassan Salamè, suscita «sorpresa» presso i parlamentari di Tobruk (che si definiscono «blocco della Cirenaica»), perché a loro avviso è «contrario all'accordo politico raggiunto a Skhirat»: il riferimento è all'intesa firmata nel dicembre 2015 nella città marocchina tra i rappresentanti del Congresso di Tripoli e quelli della Camera di Tobruk per la creazione di un governo di unità nazionale (accordo che peraltro già un anno fa Haftar aveva denunciato come «scaduto»). Critiche anche al «mantenimento del consiglio presidenziale nelle sue funzioni nonostante manchi di legittimità e di costituzionalità». La stessa Conferenza nazionale libica prevista per gennaio viene messa in discussione: da Tobruk spiegano che «non verrà riconosciuto alcun suo risultato». Arriva invece da Washington «profondo apprezzamento per il governo italiano, per la sua leadership nell'ospitare questo importante evento». Gli Stati Uniti «accolgono con favore le conclusioni annunciate dal governo italiano a seguito della conferenza del 12-13 novembre sulla Libia a Palermo».
Davide Zamberlan Londra Il cuore dell'accordo tra Londra e Bruxelles riguarda la cosiddetta clausola di backstop, il pomo della discordia su cui per mesi le parti si sono scontrate. Sarà applicata solo se al termine del periodo di transizione, a fine dicembre 2020, Regno Unito e Unione europea non avranno trovato un accordo per regolare gli scambi commerciali che scongiuri il ritorno a un confine fisico. Se una tale soluzione non sarà trovata tutto il Regno, e non solo l'Irlanda del Nord, rimarrà all'interno dell'unione doganale con l'Europa. Una vittoria significativa per Theresa May che negli ultimi mesi ha spinto in questa direzione per non dividere il Paese; una concessione da parte di Bruxelles che invece spingeva per l'inclusione della sola Belfast. Vincono gli inglesi, quindi? Non esattamente, perché l'inclusione di Londra nell'unione doganale non avrà una data di scadenza, come invece è stato a lungo richiesto da Londra al fine di evitare le ire dei brexiteers duri e puri. Questi, fra cui Boris Johnson, hanno già fatto sapere che considerano inaccettabile il compromesso perché legherà il Regno in modo indefinito a Bruxelles senza più aver la possibilità di intervenire nei processi decisionali e politici europei. Londra infatti non avrà la possibilità di uscire dall'unione doganale a proprio piacimento, ma dovrà concordare l'uscita con Bruxelles. Per conoscere i dettagli si dovrà aspettare la pubblicazione della bozza di accordo si parla di un documento tra le 400 e le 600 pagine. May ha inoltre ceduto su altri punti: sull'Irlanda del Nord in primis. Non solo Belfast rimarrà nell'unione doganale come il resto del Regno ma manterrà un'aderenza più stretta ad alcuni regolamenti europei sulla produzione e il commercio dei beni. Questo per eliminare ogni barriera fisica col resto dell'isola e minimizzare i pericoli di un ritorno agli scontri armati tra unionisti e repubblicani. Tale allineamento più stretto di Belfast è già stato agitato dai parlamentari del Dup (il partito dell'Irlanda del Nord che dà l'appoggio esterno al governo) per negare il loro appoggio alla bozza. L'accordo poi prevede che il Regno non si discosterà dalle normative europee in termine di diritti dei lavoratori, protezione dell'ambiente e aiuti di Stato, perlomeno fino al 2030. Queste misure, che saranno legalmente vincolanti e impediranno a Londra di acquisire vantaggi competitivi col resto dell'Ue nel medio periodo, hanno scatenato la protesta di chi vedeva nella Brexit la possibilità di creare un'economia con meno vincoli e più aperta al business.
Erica Orsini Dopo 5 ore di vertice l'ok dell'esecutivo. Ora il passaggio decisivo in Parlamento Londra Più di cinque ore di trattativa, ma alla fine Theresa May convince i ministri ad appoggiare l'accordo su Brexit. Iera sera, soltanto una breve dichiarazione per confermare il sostegno dell'esecutivo e annunciare una relazione più lunga ai Comuni per oggi. «Mi rendo conto che questa decisione è stata difficile e verrà molto discussa, ma, con il mio cuore e con la ragione, ritengo sia quella che meglio rappresenta l'interesse del nostro Paese» ha detto la May prima di scomparire dietro l'ingresso del numero 10 di Downing Street. Persistono tuttavia forti dubbi e incertezze sul piano concordato dalla May con Bruxelles, che sono andati aumentando quando alcuni dettagli del documento sono stati diffusi dalla stampa. Ancora una volta, il nodo cruciale da risolvere rimane il confine irlandese. In base alle ultime indiscrezioni il governo avrebbe accettato un trattamento «differenziato» per l'Irlanda del Nord per evitare la ricostituzione di un confine fisico tra le due Irlande. Nella pratica, questa soluzione significherebbe una permanenza nell'ambito dell'unione doganale a tempo indefinito, fino a che non viene trovata una soluzione che soddisfi entrambe le parte. Ma c'è di più. May avrebbe acconsentito anche a sottostare alle regole europee per quanto riguarda altre aree commerciali come il settore della pesca e la cosa ha fatto andare su tutte le furie i rappresentanti scozzesi. Ancor prima che iniziasse la lunghissima riunione di gabinetto, tutti e tredici i deputati scozzesi, incluso il ministro per la Scozia David Mundell, hanno inviato una lettera al primo ministro in cui dichiarano che non appoggeranno nessuno accordo che impedisca al Regno Unito di negoziare sulle loro quote relative alla pesca. I Brexiteers più estremisti che fanno capo all'ex ministro degli Esteri Boris Johnson temono inoltre che la temporaneità auspicata dalla May della permanenza nell'unione doganale finisca per durare anni. Una prospettiva abbastanza realistica visto che ieri si è cominciato a parlare anche di implementare l'attuale unione doganale nel dopo Brexit, allargandola al Regno Unito. Nel frattempo la leader degli Unionisti irlandesi, che appoggiano dall'esterno il governo May, ha dichiarato che «ci saranno gravi conseguenze» se l'esecutivo siglerà un documento che divide il Regno Unito. Per la signora May comunque, la battaglia non è ancora vinta. Per oggi è atteso un suo discorso ufficiale alla Camera e allo stesso tempo verrà pubblicato integralmente il testo dell'accordo. Dopodiché la premier britannica dovrebbe far ritorno a Bruxelles per un meeting straordinario verso la fine del mese. Infine lo scontro finale in Parlamento, nella prima settimana di dicembre in cui l'esecutivo dovrà guadagnarsi l'approvazione all'accordo finale ricorrendo, probabilmente anche all'aiuto dell'opposizione. Ma c'è anche una remota possibilità che May sia costretta a dimettersi: il numero delle 48 lettere necessario per sfiduciare il primo ministro è ormai pericolosamente vicino.
Fiamma Nirenstein Si dimette Lieberman, contrario al cessate il fuoco con i palestinesi. Netanyahu rischia le urne Gerusalemme Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, origine sovietica, abitante degli insediamenti, difensore sincero dei diritti umani laici, capo del partito Israel Beitenu, è un duro. Non ha mai pensato che con i palestinesi e tanto meno con Hamas una pace sia possibile. E ha sempre desiderato fare qualcosa che mettesse in seria difficoltà il suo mentore e premier Benjamin Netanyahu. Stavolta potrebbe costringerlo alle elezioni. Ieri si è dimesso mentre ancora echeggiavano nell'aria gli ultimi boati della quasi guerra con Hamas. Una guerra dolorosa, con distruzioni, morti e feriti nelle città e nei kibbutz del Sud, gente terrorizzata, sirene in attività per l'ininterrotta sequenza di bombardamenti di Hamas sulla popolazione seguita dalla reazione dell'esercito su Gaza. Lieberman ha detto che la risposta di Israele è stata inconsistente, che il governo è incapace di promettere un futuro diverso alla gente che si vergogna ormai «di guardare negli occhi»; il governo «si è arreso al terrorismo di Hamas», e ha elencato due episodi. Il primo: il fatto che sia stato consentito che venerdì passassero nella Striscia i 15 milioni di dollari dal Qatar. E la decisione di accettare con una riunione di gabinetto tormentata (è durata sei ore ed è finita senza un voto) la tregua di cui l'Egitto è stato mediatore. Nelle ore della scelta di Lieberman a Gaza si svolgevano celebrazioni trionfalistiche con spari e distribuzione di dolci mentre i capi di Hamas si vantavano di aver vinto la guerra e distrutto il governo israeliano. Intanto nelle strade del Sud di Israele, coi campi bruciati dagli aquiloni infuocati, i confini assaliti da decine di migliaia di palestinesi, la vita civile distrutta, la gente si riversava per protestare contro la decisione di accettare la tregua senza bloccare Hamas. Per Netanyahu «un leader non prende la decisione più immediata e comoda, ma quella più giusta, valutando i modi e i tempi migliori per reagire». In sostanza il premier nel corso di questi mesi ha sostenuto una linea moderata, come da consigli di tutto l'apparato di sicurezza, Mossad compreso, secondo il principio «quiete in cambio di quiete». È una linea audace dato l'odio infinito di Hamas, la linea jihadista e omicida strumento di potere dentro Gaza. La speranza è che un po' di benessere possa aiutare ad acquisire un intervallo di pace. Lieberman è il politico che disse «se sarò ministro della Difesa dirò a Ismail Hanje: se in 48 ore non restituisci i nostri ragazzi (due corpi di soldati uccisi e due giovani perduti nelle mani di Hamas, ndr) sei morto», e che segue la linea di optare per una strenua difesa di un territorio assediato come Israele. Netanyahu cerca di evitare di mandare i giovani nella Striscia, una vera palude di morte senza prospettiva di soluzione politica. Mentre tutto il suo sforzo è concentrato sulla sicurezza al Nord. Il paradosso è che la sinistra guidata da Tzipi Livni, pur di attaccare Netanayhu, si è alleata con la linea di Lieberman. Ora si aprono giorni di incertezza sulla sorte del governo Netanyahu che in Parlamento ha una risicata maggioranza (61 su 120), mentre il ministro dell'Educazione Bennet minaccia l'uscita del suo gruppo se il premier non lo nomina subito erede di Lieberman.
Renato Zuccheri La First Lady ha chiesto la testa di Mira Ricardel: "Non merita più l’onore di servire in questa Casa Bianca". Fatale il viaggio in Africa Melania Trump ha un peso importante nella Casa Bianca. E l'ha capito soprattutto Mira Ricardel, vice-consigliere alla Sicurezza nazionale, che è stata costretta a lasciare l'incarico proprio per essere finita nel mirino della First Lady. Ad annunciarlo, la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders. Melania Trump non era mai stata così esplicita nei confronti di una persona dell'amministrazione guidata dal marito, Donald. La First Lady ha accusato Ricardel dicendo: "non merita più l’onore di servire in questa Casa Bianca". Una mossa inconsueta per Melania, tanto che adesso i media si sono scatenati per capire cosa ci sia dietro questa decisione. E che ha lasciato di stucco anche lo stesso presidente, infuriato con la moglie per questa uscita pubblica. Secondo Il Corriere della Sera, "il motivo dell’insofferenza nei confronti della numero due della sicurezza nazionale sarebbe una lite avvenuta durante il volo per l’Africa, a proposito dei posti a sedere sull'aereo". Ma la Ricardel è finita sotto assedio da parte di molti altri membri dello staff presidenziale. Mal tollerata dal capo di gabinetto John Kelly e dal capo del Pentagono Jim Mattis, è stata accusata più volte di aver diffuso notizie senza alcun fondamento sul viaggio in Africa di Melania (missione a cui non ha partecipato la vice di Bolton) e di aver fatto trapelare indiscrezioni sull'uscita di scena del segretario alla Difesa, Mattis. Persone:  Melania Trump Luoghi:  Stati Uniti d'America
L'hanno sviluppata i ricercatori della Statale di Milano per i soci allevatori della cooperativa. Aiuta ad avere informazioni in tempo reale e a migliorare la produzione. Un'iniziativa che fa parte del progetto “Montagna in movimento”
I ricavi sono cresciuti "solo" del 38%, la piattaforma sta investendo negli altri servizi come cibo e cargo
A ottobre il mercato è calato del 7,4%, stessa variazione della sola Italia. Fca ha visto scendere la quota sotto il 6%. Volkswagen si conferma leader, ma in forte contrazione
Listini asiatici positivi al traino di Tencent, stona Tokyo che recupera dall'apertura ma solo fino a -0,2%.
È quanto emerge da Digital Transformation Index di Dell Technologies - uno studio sviluppato in collaborazione con Intel basato su dati quantitativi di Vanson Bourne - che traccia lo stato dell'arte della trasformazione digitale nelle medie e grandi aziende e le aspettative dei...
L'istituzione europea ha condotto un'indagine in dieci stati membri per verificare come vengono applicati i diritti nel settore dei trasporti. Uno dei problemi principali è la mancanza di conoscenza. Alcuni suggerimenti: fotografare bagagli e contenuto
Mauro Indelicato Url redirect: http://www.occhidellaguerra.it/libia-tripoli-erdogan/L'ira di Erdogan contro la LibiaUn raid per sfidare Onu e Italia
Robert Baer Url redirect: http://www.occhidellaguerra.it/khashoggi-bin-salman/"Io ex agente della Cia vi spiegoperché l'Arabia Saudita salterà"
Gerry Freda Avenatti, pagata la cauzione, è stato scarcerato stamattina, pur restando formalmente indagato per “violenza privata” Michael Avenatti, avvocato di Stormy Daniels nonché aspirante candidato dei democratici alle presidenziali del 2020, è stato arrestato mercoledì sera dalla polizia di Los Angeles con l’accusa di avere malmenato una donna. Secondo l’emittente Fox News e il sito web di gossip TMZ.com, la violenza sarebbe avvenuta all’interno di un appartamento esclusivo della metropoli californiana, situato nel quartiere di Century City. Lì, Avenatti si sarebbe incontrato con una donna, la quale sarebbe poi stata picchiata e insultata da quest’ultimo. Dopo essere fuggita dall’appartamento, la malcapitata si sarebbe recata al commissariato di polizia più vicino. Fox News e TMZ.com sostengono che le autorità avrebbero allora rinvenuto sul viso e su altre parti del corpo della vittima “numerosi lividi e diverse fratture”. Le dichiarazioni a carico di Avenatti rilasciate dalla vittima sarebbero state immediatamente confermate dall’ex moglie dell’avvocato anti-Trump, subito presentatasi alle forze dell’ordine come “testimone oculare” dell’accaduto. Di conseguenza, il commissariato, sempre mercoledì sera, avrebbe disposto l’invio di una volante a Century City. Gli agenti avrebbero quindi fatto irruzione nell’appartamento di Avenatti e avrebbero tratto in arresto il sospettato. Questa mattina, però, il difensore di Stormy Daniels è stato rilasciato, dopo avere pagato una cauzione di 50mila dollari. Egli resta comunque formalmente indagato per “violenza privata”. Subito dopo la sua scarcerazione, l’avvocato con simpatie democratiche ha dichiarato ai cronisti: “Non ho mai picchiato una donna. Non picchierò mai una donna. Nella mia carriera da avvocato, mi sono sempre schierato a difesa dei diritti delle donne. Qualcuno sta cercando di intimidirmi, ma io continuerò a condurre le mie battaglie giudiziarie e politiche. Sono padre di due splendide bambine. Non potrei mai mancare loro di rispetto molestando o picchiando una donna.” Avenatti ha quindi assicurato: “Sono certo che le indagini disposte dal tribunale mi scagioneranno a breve da ogni accusa.” Tag:  Usa violenza sulle donne Persone:  Stormy Daniels Donald Trump Luoghi:  Los Angeles
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